Solitudine degli anziani: come capirla e contrastarla insieme
Pubblicato il 3 Set 2026
Un problema silenzioso! Cos’è la solitudine degli anziani e perché contrastarla
La solitudine non si vede. Non compare nelle cartelle cliniche, non esiste un indicatore clinico che la registri e chi la vive raramente la nomina, perché dirsi soli somiglia ad ammettere un fallimento. È questo, probabilmente, il motivo per cui a lungo è stata trattata come una questione privata anziché come un tema di rilevanza collettiva.
Oggi la solitudine è riconosciuta come un fattore di rischio per la salute, al pari di abitudini che siamo abituati a considerare pericolose. L’Organizzazione Mondiale della Sanità le attribuisce circa 871.000 decessi ogni anno nel mondo e l’Istituto Superiore di Sanità ne paragona l’impatto a quello di quindici sigarette al giorno.
Fortunatamente, è anche una condizione su cui è possibile intervenire. Le ricerche più recenti, infatti, mostrano che una rete di relazioni solide aumenta fino al 50% le probabilità di vivere più a lungo.
In questo articolo, allora, vediamo insieme che cosa distingue il vivere soli dal sentirsi soli, quali segnali non andrebbero ignorati, quando la solitudine diventa un problema di salute e che cosa funziona davvero per contrastarla.
Vivere soli e sentirsi soli: due condizioni simili, ma diverse
Il primo equivoco da sciogliere riguarda proprio le parole. Vivere soli e sentirsi soli vengono spesso usati come sinonimi, ma descrivono condizioni diverse.
Vivere soli è una condizione abitativa, spesso frutto di una scelta. Secondo i dati diffusi dall’ISTAT, in Italia le famiglie composte esclusivamente da persone con più di 65 anni sono quasi 6,9 milioni, poco più di una su quattro, e tra gli over 75 circa quattro persone su dieci vivono da sole. Molte di loro preferiscono la propria casa alla coabitazione con i figli e non si considerano affatto sole. Anzi, hanno amicizie, abitudini, un quartiere che conoscono.
Gli stessi dati raccontano una rete più fitta di quanto il senso comune immagini, visto che il 92,8% delle persone anziane soli dichiara di poter contare sui parenti e solo il 3,2% non ha alcun supporto tra familiari, amici e vicini.
Sentirsi soli è un’altra cosa. È la distanza tra le relazioni che si hanno e quelle di cui si sentirebbe bisogno e per questo può riguardare anche chi vive in famiglia, chi ha figli attenti, chi esce ogni giorno. Una persona può essere circondata di gente e sentirsi comunque non vista, soprattutto quando i legami si riducono a scambi funzionali, la spesa, la terapia, la pratica da rinnovare, e non c’è più nessuno con cui parlare di sé.
Tenere distinte le due cose serve a non commettere l’errore più frequente, cioè trattare tutte le persone che vivono da soli come persone da assistere, e allo stesso tempo non vedere chi soffre di solitudine pur avendo una famiglia intorno.
Cosa ci dicono i dati sulla solitudine oggi
Il quadro completo è stato fotografato nel 2025 dalla Commission on Social Connection dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha riconosciuto la solitudine come una questione di salute pubblica globale. Nel mondo, una persona su sei riferisce di sentirsi sola, e circa un anziano su tre ha vissuto una condizione di isolamento sociale.
C’è però un dato che sorprende, e che l’Istituto Superiore di Sanità ha messo ben in evidenza di recente: le persone anziane non sono il gruppo che riporta i livelli più alti di solitudine. Sono, però, quelle che traggono i maggiori benefici dal mantenere relazioni significative e occasioni di partecipazione alla vita della comunità. È un’informazione che ribalta lo stereotipo dell’anziano inevitabilmente solo e sposta l’attenzione dove serve, cioè sulle opportunità di incontro che una comunità sa e può offrire.
Alcuni fattori aumentano il rischio in modo riconoscibile: la perdita del coniuge, il pensionamento, una malattia che riduce la mobilità, il lutto per gli amici della stessa generazione, la difficoltà a spostarsi in città poco accessibili. Sono passaggi che tutti attraversiamo prima o poi. Proprio per questo, la solitudine non andrebbe letta come una condizione che riguarda esclusivamente le persone fragili, bensì come un rischio che riguarda l’intera popolazione che invecchia.
Solitudine e depressione: i segnali da riconoscere
Quando la solitudine diventa cronica, smette di essere solo un’esperienza dolorosa e comincia a incidere sul corpo. Le evidenze raccolte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che, in chi vive una solitudine prolungata, il rischio di depressione raddoppia rispetto a chi ha relazioni soddisfacenti, mentre quello di ictus e malattie cardiovascolari cresce di circa il 30% e quello di declino cognitivo fino al 50%.
Nella Grande Età, però, la depressione si manifesta spesso in modo diverso da come ce la aspettiamo. Raramente la persona dice di essere triste, ma spesso compaiono disturbi fisici, dolori diffusi, difficoltà di memoria e di concentrazione, che i familiari confondono spesso con un normale effetto dell’età.
Proprio per questo, è importante prestare attenzione ad alcuni cambiamenti specifici, soprattutto quando si presentano insieme, e per più settimane. Ecco di cosa si tratta:
- l’abbandono di attività e abitudini che prima davano piacere, dalla passeggiata alla partita a carte
- disturbi del sonno, con risvegli molto precoci o sonnolenza durante il giorno
- perdita di appetito, pasti saltati, calo di peso non spiegato
- trascuratezza nella cura di sé e della casa, rispetto a quello che era lo standard abituale
- irritabilità, apatia, la sensazione ripetuta di essere di peso agli altri
- difficoltà di memoria e di concentrazione comparse in modo relativamente rapido.
Se questi segnali sono presenti, la cosa più utile è parlarne con il medico di medicina generale, che può valutare la situazione ed eventualmente indirizzare a uno psicologo o a un servizio specialistico. È importante saperlo: la depressione non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento né un tratto del carattere, ed è curabile a qualsiasi età, spesso con risultati molto buoni.
Un’ultima avvertenza riguarda la memoria. Difficoltà cognitive e depressione possono somigliarsi molto e a volte coesistere; quindi, una valutazione professionale serve anche a distinguerle, evitando sia gli allarmi ingiustificati sia i ritardi nella diagnosi.
Come contrastare la solitudine
Contro la solitudine non esiste un intervento risolutivo e le iniziative che ottengono risultati hanno raramente la forma che ci aspetteremmo. Non è questione di moltiplicare gli eventi o di ampliare il catalogo delle attività disponibili: contano molto di più il modo in cui sono pensate, il luogo in cui si svolgono e il ruolo che viene riconosciuto a chi partecipa.
Dalle esperienze di welfare di prossimità e dalle ricerche internazionali emergono alcune caratteristiche ricorrenti:
- la regolarità conta più dell’intensità. Una telefonata breve ogni due giorni protegge più di una visita lunga una volta al mese, perché costruisce prevedibilità e dà alla giornata un appuntamento
- serve un ruolo, non un intrattenimento. Le esperienze che funzionano meglio sono quelle in cui la persona anziana ha qualcosa da dare, come insegnare un mestiere, raccontare la storia di un quartiere, seguire un orto condiviso o accompagnare qualcuno più fragile
- i luoghi devono essere già familiari. Un’iniziativa ospitata in una biblioteca, in un mercato rionale o in una casa di quartiere raggiunge persone che non entrerebbero mai in uno spazio percepito come assistenziale, perché varcare quella soglia significherebbe ammettere di essere in difficoltà
- la tecnologia aiuta se collega, non se sostituisce. Una videochiamata con i nipoti lontani aggiunge relazione, un servizio digitale che elimina l’unico momento in cui si usciva di casa la toglie
- contano anche i legami deboli. Il portinaio, la farmacista, il vicino di pianerottolo, il barista sotto casa sono relazioni che sembrano marginali e invece costituiscono la trama quotidiana che permette di accorgersi quando qualcosa non va.
Su questa idea si fonda il lavoro dell’Alleanza per la Grande Età, che promuove corsi e laboratori rivolti sia alle persone anziane sia a chi le accompagna e interventi su casa e comunità che intrecciano abitare e relazioni. Il principio guida è che i servizi vadano progettati insieme alle persone anziane, e non soltanto per loro.
L’impegno dell’Alleanza della Grande Età per combattere la solitudine
A Milano gli over 65 sono più di 362mila, cioè una persona su quattro. E mentre la città invecchiava sono cresciute anche le case abitate da una sola persona: vent’anni fa erano il 45% dei nuclei familiari, oggi sono il 57%.
È il contesto in cui è nata la rete di sportelli CuraMI & ProteggiMI, diffusa nei luoghi che la città già frequenta: biblioteche, mercati, case di quartiere, presìdi sanitari. Solo nell’ultimo anno ha orientato più di cinquemila famiglie.
Agli sportelli si può chiedere un orientamento sui servizi, ma anche semplicemente parlare con qualcuno di quello che sta succedendo. L’ascolto è gratuito, e spesso è da lì che riparte un contatto.
Se stai attraversando un periodo di solitudine, o se pensi che una persona a cui vuoi bene lo stia attraversando, chiama il numero verde 800 681 614 o scrivi a info@curamieproteggimi.it. Parlarne è già un modo per interrompere il silenzio.